Franco Moschino: l’Uomo dall’Abito Sberleffo.

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Forse pochissimi sanno che si chiamava Franco. Per tutti era solo Moschino, l’artista dissacratore, il geniale e un vero talento.

Se ne è andato a soli 44 anni, morto come preferiscono fare le persone che sanno di dover morire, con dignità, per non disturbare, per non essere giudicati e commiserati.

La sua biografia è tra le più semplici e private, forse spiegata meglio da un suo poster “Sono quel che sono”, dove appare grassoccio e piccolo, un ricciuto e cupo adolescente. Perché quando ha saputo di essere ammalato, ha iniziato a mettere tra la sua malattia e gli altri uno spazio sempre più ampio fatto di silenzi e ombre.

Era nato nel 1950, Francesco (Franco) Moschino ad Abbiategrasso, alle porte di Milano, Dopo gli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera voleva fare il pittore ma l’incontro con Gianni Versace, per il quale realizzò alcuni disegni di tessuti, lo portò agli inizi degli anni Settanta nel mondo della moda, come illustratore di prestigiose testate – «Gap», «Linea Italiana» e «Harper’s Bazar» – e come disegnatore per diverse aziende produttrici di abbigliamento.

Poi nel 1978 fonda una società per la creazione e la vendita di modelli per l’industria dell’abbigliamento e tessile, avviando  numerose collaborazioni, fino a lanciare le proprie collezioni. Cheap&Chic  nel 1987.moschino-2

Moschino riuscì  a costruire un piccolo impero, tra eleganza classica e gusto alternativo, con un fatturato annuo attorno ai 200 miliardi.  Non è poco per dei capi costosi e intelligenti, prodotti per una categoria di donne che amavano Chanel ma, vergognandosene, li accettavano solo con l’ interpretazione Moschino, che metteva al posto dei bottoni forchette e cucchiai o che su un abito a crinolina ci inseriva davanti, in tessuti preziosi, una mucca avvolta nel tricolore.

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Aveva antipatia per la moda stessa, che pure amava tanto. Sembrava un colpo di furbizia quello di cominciare a ridicolizzare in passerella i suoi modelli e le sue clienti: la bella signora stile anni ‘ 50 con al braccio al posto della borsetta la teiera, l’ abito impeccabile con ricamato sulla schiena, in brillantini, il prezzo, ‘costo 2 milioni’, il cappello come quello dei magutti, di carta da giornale, il tailleur classico rosa stampato come la Gazzetta dello Sport, e un pallone da calcio in testa, il perfetto abito nero decorato da una grande oca con fumetto “I love fashion!”.

Poi si ammalò e più stava male, più diventava creativo, combattivo. Un anno fa costruì una specie di suo testamento, difficile da dimenticare, per festeggiare i suoi dieci anni di successo, intitolandolo “anni di Kaos!”: una grande mostra alla Permanente, un mastodontico libro, una sfilata, alla fine della quale, non si sa perché, gli spettatori si misero a piangere. Il re delle gag, della moda spregiudicata, dell’abito sberleffo, aveva inventato un finale tra nuvole e angeli bianchi: la caricatura di un possibile paradiso, come lo immaginano i bambini.moschino_ritratto1

E le sue parole di allora ancor oggi paiono strazianti. “Io non voglio dipingere altri vestiti, non so per chi sono e non voglio conoscere altri angeli perché non scherzerebbero più con me. Lasciatemi qui sulla nuvola bianca”. La morte di Moschino, in un mondo, quello della moda, dove capita di morire giovani ha di certo lasciato un vuoto difficile da colmare, un personaggio schivo e gentile.

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