Gianfranco Ferré: un Vero Ambasciatore della Moda Italiana.

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La maison Gianfranco Ferré chiude. Questa la notizia del 2014 che ha lasciato a tutti l’amaro in bocca. La griffe, fondata nel 1978 da Gianfranco Ferré, stilista scomparso nel 2007, passata nelle mani di Paris Group di Dubai nel 2011, metteva fine l’attività. Una grave perdita per il mondo della moda.

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Protagonista del mondo della moda fin dal 1978 quando nacque la ‘Gianfranco Ferré Spa’, lo stilista di Legnano si era fatto le ossa facendo spalline per Walter Albini e collaborando poi con Roberta di Camerino, prima di decidere di impiegare il proprio talento in società con Franco Mattioli.

Insieme a Missoni, Krizia e Armani, è stato il maestro del prêt-à-porter di casa nostra e diceva di se stesso: «Sono molto fiero della mia formazione di architetto, del metodo analitico e logico che insegna a educare la creatività, ma cerco anche di non cadere nella trappola del troppo costruito o della semplificazione astratta».

L’architetto, non è mai stato protagonista di scandali o pettegolezzi, preferendo non organizzare feste né inseguire vip e celebrità, che, piuttosto preferiva scoprire.

Lo stilista che aveva messo la camicia al centro del suo universo creativo. Da elemento base del guardaroba in prevalenza maschile, la trasformò in uno “strumento di seduzione femminile”, dandole tagli e aspetti sempre diversi: ampie, modellate o stretch, aggiungendovi poi particolari  suggestivi.Contrappunto ClassicGlamour

Le sue sfilate erano uno spettacolo suggestivo, da cui si usciva conquistati ma anche frastornati, con la sensazione  di aver assistito alla rara occasione in cui la moda si separava dal business e diventava ideazione  e fantasia. Così due volte l’anno, nella frenetica settimana della moda milanese, tra centinaia di marchi e stilisti famosi e sconosciuti, c’erano venti minuti di vero splendore.

“Negli anni, Gianfranco Ferrè aveva cambiato soci e padroni, la moda era diventata prodotto, la finanza aveva sostituito l’industria, ai creatori si erano sovrapposti i manager: anche le donne erano cambiate, sempre più omologate, sempre più costrette a una bellezza standard ed esposta, e a uno svestimento televisivo, sempre più inchiodate all’ossessione di dover essere giovani per sempre. Ma lui, il rotondo, solitario, segreto e iracondo architetto venuto da Legnano, aveva continuato a lavorare senza mai affacciarsi a quel mondo di mondanità grigia e affannosa che assedia la moda e che non poteva né interessarlo né ispirarlo: era Rita Airaghi, la sua assistente preziosa, a fargli da sorridente ambasciatore dove lui si rifiutava di esserci.” (Natalia Aspesi)

Fu così che nel 1986 decise di buttarsi nella folle impresa della haute-couture, costosa e per un mercato così elitario dove anche i grandi nomi parigini iniziavano a trovare difficoltà.

Sfilate che lasciarono a bocca aperta e tre anni dopo il finanziere Arnault, patron della più altera Maison di Parigi, Christian Dior, mise da parte lo storico Marc Bohan per chiamare Ferrè a dirigerla, tra lo scandalo generale: non si era mai visto un italiano a capo di una così gloriosa griffe francese. Ma in quei saloni silenziosi, scatenò il suo talento.

La vera eleganza è l’equilibrio tra come si è dentro e come si appare attraverso l’abito. Non amo vestire le donne ignoranti. Quelle che non capirebbero mai cosa stanno per mettersi addosso.

 

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