Matthew Shepard: Noi Non ti Dimentichiamo Mai – 12 ottobre 1998.

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Legato e urlante come i vitelli da marchiare, nella terra del Grande Spirito dove ora abitano uomini piccoli, tra le colline e le valli che videro galoppare Cheyenne, Corvi e Sioux, un ragazzo di ventun anni è stato legato a un palo. Piange. Chiede pietà per la sua vita a coloro che stanno per linciarlo. E’ la sera di martedì, lungo la strada sterrata di un ranch alla periferia di una città che non sembra nemmeno vera: Laramie, capitale del Wyoming, Far West.

Legato al palo come a un totem di odio, nella luce della luna sotto il “Big Sky”, il grande cielo del West, Matthew Shepard, il ragazzo, implora, ma i carnefici non lo ascoltano. Con il calcio delle loro pistole, lo colpiscono alla testa, una, due, molte volte, fino a quando la voce tace e la testa cade in avanti. “Bleed, faggot, bleed”. Sanguina, frocio, sanguina, sono le ultime parole che il ragazzo ascolterà, prima di precipitare in un coma dal quale non uscirà più.

matt 1 Matthew Shepard è morto il 12 ottobre 1998, ucciso per aver fatto l’occhietto a un uomo in un saloon di Laramie, a un vaccaro che ha dovuto lavare con il sangue il suo onore di maschio offeso. L’odioso western moderno dei due cowboys e del frocio. Laramie è una piccola città, un paesotto strano, in bilico fra la vecchia frontiera e la nuova, fra bovari e studenti, fra riserve indiane e college universitari.

Zero crimini, fino a quel martedì sera quando Matthew Shepard, studente di scienze politiche all’ultimo anno di corso, entra in un saloon come ancora si chiamano qui i bar, nella Taverna del Caminetto, ordina un bourbon e siede al bancone accanto a due uomini, due giovani della sua stessa età, Arthur Henderson e Aaron McKinney. Professione cowboy. Vaccari.

Matthew è omosessuale dichiarato, iscritto alla associazione locale del circolo “Lambda”, il gruppo gay nazionale. Attacca discorso con Arthur, beve con lui, fa un gesto, un’avance, non sappiamo esattamente che cosa, ma fa qualcosa che l’altro interpreta come un tentativo di abbordaggio e di seduzione. Nel Saloon del Caminetto, gli altri avventori, che conoscono bene Matthew, osservano tutto, ridono e scherzano. Il barista ricorda le frasi, gli sfottò dai tavoli: “Ehi, ragazzi, questa sera Arthur il cowboy ha avuto un colpo di fortuna, ha trovato la fidanzata”. “Coraggio Arthur, non essere timido, provaci, quando si è belli si è belli”. Arthur fa un cenno al suo compagno, Aaron, e mette un braccio attorno alle spalle di Matthew: “Ok, andiamo”. Esce tra le grida e le risate: “Buon divertimento ragazze, fate le brave, non dimenticate di mettervi il preservativo”.

Il parcheggio del Saloon del Caminetto è buio. I due cowboys conducono Matthew verso il loro pick-up parcheggiato nell’ombra. Le “Guerre Indiane” con i Cheyenne saranno anche finite da 120 anni, il tasso di criminalità sarà pure “zero”, ma un cowboy non viaggia mai senza la pistola. Aaron estrae la sua da sotto il sedile del camioncino e colpisce il ragazzo alla nuca con il calcio. Lo caricano, intontito, sul sedile davanti, in mezzo a loro. Guidano verso i ranch, le colline, le valli fuori Laramie, con le luci dei fari che illuminano le sagome dei cervi e le piccole mandrie di cavalli selvatici. Trovano la strada giusta, un sentiero tracciato dagli zoccoli delle mandrie e dai copertoni dei camioncini, al confine di un ranch segnato da un grande steccato di pali. Matthew si riprende, si lamenta. Lo fanno scendere di peso, lo spingono contro la staccionata, lo fissano a un palo con una matassa di filo elettrico.Matthew riprende abbastanza lucidità per capire. Li scongiura di risparmiargli la vita. “Qui non c’è posto per quelli come te. Sanguina, frocetto, sanguina”. I calci delle due pistole cominciano a cadere sulla sua testa, il sangue gli inzuppa i capelli. Lo credono morto. Prima di andarsene, i due cowboys gli sfilano il portafoglio e le scarpe, cercano l’indirizzo di casa sua, dove andranno a portare via qualche cosa, una tv, un piccolo stereo, per fingere una rapina. Poi tornano a Laramie, dalle loro ragazze, per vantarsi, per dare a loro i propri vestiti, le camicie, i blue jeans inzuppati del sangue di Matthew e lavarli. Una di loro è una studentessa nella stessa università. Per qualche giorno, cercheranno di reggere la storia della rapina, poi crolleranno: ci hanno detto che lo hanno ammazzato perché era gay e aveva cercato di rimorchiarli al bar, confesseranno le due donne. Saranno arrestate anche loro, come complici del delitto.matt 4

Eppure, c’è ancora chi non ci vuol credere, a Laramie, nella frontiera del vecchio West, all’ombra di John Wayne, di Bob Mitchum, di Custer, che Matthew sia stato ucciso dai due cowboys per esorcizzare l’odio, il terrore, la confusione scatenate in loro dal suo essere gay. Mentre il ragazzo era in coma trasportato nell’ospedale di Fort Collins, in Colorado, più attrezzato di Laramie, ancora appeso agli aghi e alle pompe dei respiratori per 5 giorni, erano arrivati i suoi genitori dall’Arabia Saudita, dove il padre lavora come capo cantiere in un campo petrolifero. Aveva raccontato che Matthew aveva paura di finire esattamente così, pestato a morte da qualche giustiziere di gay. Non aveva voluto fare il liceo negli Usa, ma in Europa, nella discreta Svizzera. Poi, aveva avuto nostalgia del Wyoming, del West dove era nato, dei “Big Skies”, dei grandi cieli della Prateria e delle Montagne Rocciose, dimenticando che anche sotto i grandi cieli possono vivere piccolissime anime. Aveva scelto l’Università del Wyoming e Laramie perché questa gli sembrava la terra della tolleranza, della quiete, del live and let live , vivi e lascia vivere, nell’enormità di questi cieli e di questi spazi dove sembra esserci posto per tutti. Ora che è morto, “con gentilezza come è vissuto” ha detto la madre “perché ha addirittura risparmiato a noi la decisione di staccare la spina”, sfilano per le vie di Laramie cortei di gay e lesbiche per domandare leggi più severe contro i “delitti dell’odio” che nel Wyoming non sono applicate e furono respinte perché considerate troppo “pro gay”. Marciano accanto alle processioni folcloristiche di ragazze a cavallo vestite con le frange di pelle come Calamity Jane e a uomini con il cinturone delle “sei colpi” e con il cappello da “dieci galloni”, il cappellone da western, per farci sapere che quei due assassini non sono il West, non sono Laramie, non sono certamente neppure cowboys veri, ma criminali come si trovano ovunque, Est, Ovest, Nord o Sud e hanno ragione, lo sappiamo.

matt 3Matthew sarebbe potuto morire a New York o a Londra o a Roma, anziché accanto a un ranch del West, legato e urlante come i vitelli da marchiare con il ferro incandescente. Le processioni e i fiori al funerale del ragazzo – talmente tanti fiori che il personale dell’ospedale li ha distribuiti a tutti gli altri pazienti non sapendo più dove metterli – dicono che la commozione e la solidarietà sono profonde, come lo è la colpa dei due assassini, Aaron McKinney e Russell Henderson, ventenni come Matthew, condannati a due ergastoli ciascuno, mentre le fidanzate a due anni di carcere per favoreggiamento. Si evitò la pena di morte su richiesta dei genitori di Shepard, a patto che non potessero godere della libertà condizionale.per omicidio. E ha ragione Clinton quando domandò che la legge per i “delitti dell’odio” divenisse legge federale, dunque nazionale, per aggravare la pena di chi uccide o ferisce nel nome del colore della pelle, del sesso, delle diversità di fede o razza. Ma il delitto di Laramie è anche una parte della nostra assurda innocenza di spettatori che se ne va: nel West non si dovrebbe uccidere così un ragazzo che aveva creduto, anche lui, al mito del buon cowboy. E credendo di entrare in un film è salito invece sul patibolo per un “frocio”.

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