Smart working o remote working

Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare del termine smart working, entrato nel linguaggio comune grazie a un forte utilizzo da parte del mondo politico, soprattutto nei mesi del lockdown della primavera 2020. Lo smart working sembra infatti destinato a diventare un nuovo standard, dotato di pregi e difetti, in grado di prefigurare una nuova era per l’esperienza lavorativa.

Lo smart working, noto in Italia per definire il lavoro da casa attraverso gli strumenti forniti dalla rivoluzione informatica, non sarebbe stato possibile fino a pochi decenni fa, quando internet sembrava essere appannaggio di pochi e anche il possesso di un personal computer in casa era un qualcosa di tutt’altro che diffuso. Al contrario oggi, grazie anche a smartphone e tablet, possiamo vivere lo smart working in una maniera inimmaginabile rispetto a pochi anni fa, questo grazie anche a programmi, applicazioni e servizi in grado di migliorare la propria esperienza lavorativa.

E se vi dicessimo che smart working potrebbe non essere il modo migliore, linguisticamente parlando, per definire questa forma di lavoro?

Smart working: un anglicismo errato?

In italiano, nel corso degli anni, abbiamo visto l’introduzione di molti termini anglofoni, non sempre utilizzati nella maniera più corretta. Questo è il caso di smart working: normalmente il lavoro da casa, nei Paesi di lingua inglese, viene infatti definito come working from home, da cui deriva l’acronimo WFH, oppure come remote working, cioè lavorare da remoto.

In entrambi i casi si tratta di una definizione più precisa rispetto a quella di smart working.

Con working from home si intende, infatti, il semplice concetto di lavoro dalla propria abitazione, mentre con remote working si fa riferimento al concetto di “remoto” tanto caro al mondo informatico: utilizzando gli attuali sistemi di comunicazione informatica si può infatti lavorare lontani dalla sede centrale, accedendo a ciò che è necessario attraverso il proprio computer. Per certi versi è simile al concetto di telelavoro della tradizione linguistica italiana.

E lo smart working cos’è per il mondo anglosassone? Si tratta di un lavoro “intelligente”, da qui l’uso della parola smart, ossia un lavoro che utilizza una maggiore flessibilità, ottenuta grazie ai sistemi informatici, per migliorare il lavoro e renderlo più funzionale.

Come possiamo notare esistono dunque delle ben precise sfumature, andate oramai perse nell’uso italiano, in cui smart working fa la parte del leone inglobando e distorcendo quello che è il corretto uso nella lingua d’origine.

Remote working: pro e contro

L’arrivo del remote working è stato accolto in maniera differente, e continua a far parlare di sé, tra pro e contro. Ognuno ovviamente cerca di portare acqua al proprio mulino, ma come spesso accade, in realtà, la verità sta nel mezzo. Cerchiamo di affrontare insieme alcuni degli argomenti chiave delle varie “fazioni” impegnate in questa discussione.

  • Uno dei principali argomenti a favore è quello legato alla diminuzione dello stress per il lavoratore, non più obbligato ad uscire di casa e ad affrontare mezzi di trasporto pubblici, traffico, e molto altro. Soprattutto per coloro che vivono lontani dagli uffici il remote working si rivela una vera e propria manna dal cielo: basti pensare a chi, tra viaggio di andata e viaggio di ritorno, normalmente affronterebbe più di tre ore sui mezzi pubblici ogni giorno.

Ciò ha un impatto non solo sul carico stesso dei mezzi pubblici, ma anche sull’inquinamento da smog: lavorare da casa significa per molti non utilizzare l’automobile, con il risultato di un consumo minore di carburante e quindi meno emissioni di anidride carbonica.

  • L’altra faccia della medaglia riguarda proprio il permanere a casa dei lavoratori, non sempre dotati di una postazione di lavoro adeguata, o anche del giusto clima per poter lavorare in serenità (basti pensare al caso di famiglie numerose). Per molti potrebbe così aumentare lo stress, senza la possibilità di un vero e proprio stacco tra vita privata e vita lavorativa.

Anche la stessa socialità potrebbe uscirne privata della propria importanza: l’esperienza lavorativa come esperienza sociale finirebbe per vedere delle forti limitazioni, con i contatti tra colleghi affidati soprattutto a videochiamate, meeting online e chat testuali.

Questi sono solamente due dei principali campi di scontro, senza che in realtà esista una parte pienamente nella ragione o nel torto. Una delle ipotesi più affascinanti, e in grado di accontentare le parti in gioco, è la nascita di più spazi di coworking: si tratta di aree dove è possibile affittare uffici, scrivanie e molto altro, così da poter avere ugualmente la possibilità di un lavoro fuori dalla propria abitazione, con uno spazio dedicato e dotato di comfort e serenità per affrontare la propria giornata lavorativa.

Come si evolverà il modello lavorativo italiano, a oggi, è difficile dirlo ma, se è vero che necessità fa virtù, questa rivoluzione potrebbe portare il mondo del lavoro diversi passi avanti, verso una forma di lavoro che sappia veramente rispettare la definizione di smart working: un lavoro intelligente, flessibile, finalmente a misura di essere umano.

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